Dialectical Behavior Therapy (DBT)
Questo tipo d’intervento si basa su una prospettiva dialettica ovvero la percezione della realtà come unitaria e continuamente e reciprocamente in interrelazione. In questi termini i comportamenti di una persona con disturbo borderline di personalità (disturbo per cui nasce questa tecnica ed in cui trova la maggior efficacia) vengono visti come posti agli estremi di un continuum dialettico tra dimensioni significative dell’esperienza umana (ad es. accettazione sociale vs rifiuto sociale). La terapia quindi non può puntare ad uno stato stabile, essendo la realtà in continuo mutamento, quanto piuttosto necessita di concentrarsi sull’apprendere modalità per gestire il cambiamento.
Risulta una delle terapie più efficace per il disturbo borderline di personalità; nell’ottica DBT, il disturbo borderline viene descritto in termini biosociali in cui la difficoltà primaria risiede nella disregolazione emotiva, concepita come l’esito in costante movimento dell’interazione fra individuo (variabili psicologiche e biologiche) ed il contesto cui si espone nel corso della vita.
Marsha Linehan (ideatrice dell’approccio DBT) definisce la disregolazione emotiva come frutto di una vulnerabilità che si esprime in tre diverse fasi: 1-alta sensibilità a stimoli emotigeni di partenza; 2-alta reattività in risposta a tale stimolo; 3-lento ritorno allo stato emotivo di base.
Le strategie di risposta risultano così maladattive ed inadeguate; tali strategie risultano, in quest’ottica, il frutto di un adattamento ad un contesto invalidante spesso già dalla prima infanzia, elemento che la pratica e la ricerca clinica confermano essere spesso presente nella storia di questi pazienti. Inoltre i contesti invalidanti di cui sopra fanno spesso parte anche della vita attuale del paziente, a volte proprio in virtù degli agiti disregolati cui il disturbo li espone (ad es. litigi o abbandoni da parte degli altri in seguito ad agiti rabbiosi).
E’ facilmente adattabile ad altre condizioni psicopatologiche in cui vi sia un importante ruolo della disregolazione emotiva come i disturbi alimentari, la dipendenza da sostanze, il rischio suicidario e la depressione resistente.
La DBT permette di lavorare sui comportamenti disfunzionali che gravano sulla vita del paziente, studiando il comportamento e costruendo insieme al paziente risposte funzionali ai propri bisogni. E’ infatti importante sottolineare che quello che si cerca di fare con questo tipo d’intervento è proprio ridare al paziente l’idea che non sono i propri bisogni a ricevere invalidazione dal contesto ma le modalità con cui vengono espressi. Ciò consente al paziente di ridiscutere l’immagine di sé negativa costruita sulla base del feedback del contesto invalidante, validare la propria sofferenza, e legittimarsi i propri bisogni per potersi quindi approcciare ad essi in un modo più pragmatico. Lo scopo finale è il miglioramento della qualità della vita del paziente, permettendogli di costruire un’esperienza della realtà degna di essere vissuta.
Il modello prevede l’utilizzo di diverse componenti derivanti sia dalla terapia cognitivo comportamentale standard come l’esposizione e l’analisi comportamentale, integrate a tecniche appartenenti alla cosiddetta “terza ondata” come la mindfullness, ponendo quindi molta enfasi anche sul processo più che sul contenuto di pensieri ed azioni in termini accettanti verso sé e gli altri.
La tecnica prevede uno skills training diviso in quattro moduli così articolati:
1- Abilità nucleari di mindfullness
2- Abilità di efficacia personale
3- Abilità di regolazione emozionale
4- Abilità di tolleranza della sofferenza mentale
Nel primo modulo relativo alla mindfullness vengono insegnante delle competenze definite nucleari perché essenziali per lo svolgimento dei moduli successivi. Viene insegnato cioè a guardare a sé stessi e agli altri sospendendo il giudizio, stando nel momento presente. Si suddivide a sua volta in 3 abilità di contenuto: osservare, descrivere e partecipare. E 3 abilità formali: assumere un atteggiamento non giudicante, concentrarsi su una sola cosa alla volta, essere efficaci.
Nel secondo modulo si lavora sulla regolazione emotiva. Si insegna a perseguire i propri bisogni, riconoscendoli e validandoli, e a gestire i conflitti interpersonali.
Nel terzo modulo si costruiscono insieme strategie per identificare e comprendere le proprie emozioni cercando di gestire le emozioni negative e positive e trovare alternative funzionali alla loro gestione con cui sostituire i comportamenti dannosi.
Nel quarto modulo si lavora sulla capacità di sperimentare pensieri, azioni, emozioni e contesti di vita senza pretendere che siano diversi pur non approvandoli. Tale competenza appare di particolare rilevanza per migliorare la gestione dei momenti di disregolazione emotiva ed è proprio in questa fase che si verificano i comportamenti più lesivi per sé e per gli altri. Tollerare meglio l’angoscia che scatena questi comportamenti lesivi, permette di ridurli notevolmente. E’ il culmine del percorso di validazione ed accettazione dei propri bisogni.
Gli incontri si svolgono generalmente in piccoli gruppi e durano circa 8 sedute; i moduli si possono talvolta ripetere basandosi più sull’esperienza pratica che sulla teoria.
Linehan M. M. (2011), “Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline”, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Carter, G.L., Willcox, C.H., Lewin, T.J., Conrad, A.M., Bendit N. (2010), “Hunter DBT project: randomized controlled trial of dialectical behaviour therapy in women with borderline personality disorder”, Aust N Z J Psychiatry, 2010 Feb;44(2):162-73.
