Esposizione con prevenzione della risposta (ERP)

Questa tecnica nasce alla fine degli anni sessanta; uno dei primi e più importanti autori a metterla in opera fu Victor Meyer, proponendo questo tipo di intervento in alternativa alla lobotomia cui era destinata una sua paziente. Per confutare i suoi timori di contagio, Meyer iniziò ad esporla al contatto con agenti contaminanti impedendole contemporaneamente di mettere in atto la sua soluzione abituale, i lavaggi compulsivi. In 9 settimane, caratterizzate anche da picchi d’intensa ansia, la paziente sperimentò notevoli miglioramenti che si mantennero nel tempo (Meyer, 1966).

Da qui iniziò a diffondersi un programma più breve d’intervento basato su questo approccio, che trovò altre numerose evidenze scientifiche d’efficacia negli anni successivi.

Il metodo consta di due componenti: l’esposizione e la prevenzione della risposta.

L’esposizione consiste nell’appunto esporre il paziente allo stimolo temuto, interno o esterno che sia, per un tempo maggiore di quello che ritiene tollerabile. Successivamente si previene la risposta, ovvero si impedisce al paziente di mettere in atto la soluzione abituale al rischio temuto. Tale comportamento viene bloccato per un tempo maggiore a quello che il paziente ritiene tollerabile.

E’ il trattamento d’elezione per il disturbo ossessivo compulsivo, consente significative e stabili riduzioni della sintomatologia. La maggior parte dei disturbi ansiosi beneficia di tecniche simili come l’esposizione enterocettiva per il disturbo di panico, in cui il paziente viene gradualmente esposto alle sensazioni che teme. Il principio di efficacia di base è analogo ma non vi è una prevenzione della risposta strutturata, poiché il timore non attiva delle compulsioni.

Questa procedura prosegue fino alla riduzione spontanea del disagio esperito (Luppino, 2017). Naturalmente tutto ciò avviene con il consenso del paziente, che condivide e comprende gli scopi del trattamento e ne discute apertamente con il terapeuta. Questo è probabilmente, in termini cognitivi, l’ingrediente che risulta maggiormente determinante nell’efficacia della tecnica. Ovvero, la rappresentazione alternativa di sé che si espone al pericolo e che rinuncia a mettere in atto i rituali, appare essere il principale fattore per descrivere l’efficacia e la stabilità nel tempo di questo intervento (Mancini, Barcaccia, 2004).

In questo tipo di rappresentazione alternativa il paziente accetta di rinunciare a proteggersi dal rischio temuto, accetta cioè di sottoporsi alla minaccia “disarmato” rendendo quest’ultima più grande.

E’ quindi necessario che prima di applicare questa tecnica il terapeuta lavori con il paziente sull’accettazione del rischio e sull’importanza che riveste nel proprio percorso terapeutico. Sarà inoltre importante fornire informazioni di tipo psicoeducativo sull’ansia che potrà sperimentare e costruire insieme lo schema del disturbo descrivendo come ossessioni e compulsioni si alimentino reciprocamente.

E’ importante inoltre tarare l’esposizione sulle risorse costruite con il paziente e rappresentare adeguatamente la minaccia, cosa non sempre facile e che può richiedere notevole creatività. Per quanto appaia direttiva come tecnica, è in realtà costruita insieme al paziente ed è proprio questo a renderla così efficace.

Luppino O. I. (2017), “L’E/RP come pratica dell’accettazione”, in Mancini F. (a cura di), “La mente ossessiva”, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Mancini F., Barcaccia B. (2004), “The importance of acceptance in obsessive-compulsive disorder”, Presentazione all’Università Ludwig-Maximilians, Monaco di Baviera.

Meyer V. (1966), “Modification of expectations in cases with obsessional rituals”, in behaviour research and therapy, 4, pp. 273-280.

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