Coping power program
E’ un protocollo di trattamento evidence-based di base cognitiva comportamnetale.
Ideato da Lochman e Wells (2002), si basa sul Contextual Social Cognitive Model (sempre degli stessi autori) che descrive l’aggressività del bambino come la risultante dell’interazione fra fattori di rischio legati al contesto familiare e socio culturale di appartenenza e fattori di rischio biologici. Tale interazione favorisce la strutturazione di credenze di ostilità nei confronti degli altri, visti come vessatori ad esempio, cui reagire con condotte aggressive.
Pensato per i disturbi da comportamento dirompente, risulta utile nelle circostanze che coinvolgono difficoltà di regolazione emotiva.
Come si evince dal nome, uno degli aspetti centrali e trasversale agli obiettivi coinvolti, è il miglioramento dello stile di coping rispetto agli eventi problematici, alle emozioni, alle relazioni sociali.
Il trattamento si svolge in un setting di gruppo ed uno degli strumenti più emblematici è quello della “provocazione strutturata” in cui dei membri del gruppo si comportano come attivanti emotivi per un altro membro, per il quale si riproduce quindi una situazione controlla ad esempio di rabbia e si lavora sulle tecniche di gestione della stessa.
Un altro importante ingrediente è la costruzione di regole “su misura” del gruppo, che diventano per i membri la testimonianza dell’utilità delle stesse per regolare la loro vita e soprattutto la rappresentazione dell’efficacia di ciascuno dei bambini nell’adeguarsi ad esse.
Sono coinvolti anche i genitori con cui si svolge un parent training di gruppo.
J.E. Lochman, K. Wells e L.A. Lenhart (a cura di), Coping Power (ed. it. a cura di P. Muratori, L. Polidori, L. Ruglioni, A. Manfredi e A. Milone). Trento: Erickson.
Lochman J.E. e Wells K.C. (2002). “The Coping Power Program at the middle-school transition: Universal and indicated prevention effects”. In Psychology of Addictive Behaviors, vol. 16, pp. 40-54.
Training metacognitivo nell’autismo
Le peculiarità neurodiverse espresse nelle persone con autismo, possono esporre i bambini a difficoltà legate all’uso poco funzionale dei segnali comunicativi verbali e non ed alla problematicità nella comprensione flessibile degli stessi. Appare utile, e la letteratura lo conferma, dedicare particolare attenzione alle competenze metacognitive nel corso dello sviluppo (Jhonson et al., 2015; Kaat & Lecavalier, 2014).
Migliorare le competenze di cognizione sociale permette al bambino di appropriarsi maggiormente delle interazioni che vive, e di “utilizzarle” in maniera più funzionale agli scopi propri e del contesto.
Per fare ciò, è utile fornire informazioni utili a comprendere i propri processi cognitivi (pensieri, emozioni, correlati fisiologici) e quelli degli altri a partire dai segnali che offrono (decodifica delle espressioni facciali, dei comportamenti, deduzione delle intenzioni, ipotesi sugli stati mentali altrui anche in relazione al proprio comportamento).
Inoltre, spesso i bambini autistici possono trovarsi ad affrontare quelli che vengono definiti “meltdown” ovvero delle fortissime e soverchianti sensazioni psicofisiche legate ad emozioni vissute anch’esse come particolarmente intense, in risposta a stimoli stressanti di diversa entità (stimoli sensoriali come luci, suoni o stimoli emotigeni e l’interazione fra questi due domini).
Aumentare la consapevolezza dei propri meccanismi psichici permette di renderli meno spaventosi e quindi più facilmente gestibili attraverso “protocolli” individuali costruiti insieme al bambino.
Bambini ed adolescenti con autismo a bassa necessità di supporto.
Le attività si basano prevalentemente sugli interessi specifici dei partecipanti.
Le passioni dei bambini rappresentano infatti una risorsa enorme per la terapia e permettono di creare uno spazio mentale condiviso e rassicurante in cui sperimentare con maggiore facilità le competenze oggetto dell’apprendimento. Talvolta inoltre, attraverso gli interessi i bambini parlano di sé, ovvero definiscono la propria rappresentazione e descrivono gli altri attraverso essi. Dato che ciò che ci si propone di insegnare sono proprio le variabili cognitive caratteristiche di sé e dell’altro, utilizzare la “metafora” proposta dai bambini permette di semplificare notevolmente il compito. Si facilita inoltre la creazione dell’alleanza terapeutica e si permette al bambino di sentirsi accettato.
L’obiettivo principale di questo intervento è il potenziamento delle competenze metacognitive e delle funzioni esecutive correlate alla cognizione sociale. Si può svolgere in setting individuale o di gruppo.
Queste sono alcune delle attività previste in questo tipo d’intervento:
-compiti di metacognizione tarati sul livello di sviluppo del bambino volti ad analizzare ed inferire stati interni propri e degli altri in relazione ad essi.
-esercizi di potenziamento delle funzioni esecutive come l’inibizione e l’attenzione selettiva.
-psicoeducazione emotiva attraverso compiti di decodifica, di interpretazione e di costruzione di narrazioni volti ad esplicitare i nessi relazionali significativi.
Hadwin J, Howlin P, Baron-Cohen S, (2008). Teaching children with autism to mindread: a handbook. Wiley.
Kaat A.J., Lecavalier L. (2014). Group-based social skills treatment: A methodological review, Research in Autism Spectrum Disorders, ISSN: 1750-9467, Vol: 8, Issue: 1, Page: 15-24.
Johnson, M.H., Gliga, T., Jones, E., & Charman, T. (2015). Annual Research Review: Infant development, autism, and ADHD – early pathways to emerging disorders. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 56, 228–247.
Tecniche utili nell’intervento con i bambini
Il lavoro terapeutico con i bambini richiede creatività e spirito di adattamento. Per questo motivo sono state sviluppate diverse tecniche d’intervento applicabili in varie fasi della terapie, che consentono al bambino di avere padronanza delle variabili cognitive utili nel lavoro terapeutico. Un bambino infatti tenderà a percepire i propri comportamenti egosintonici e potrà avere difficoltà ad esempio a vederne i costi, a comprenderli o a metterli in discussione.
E’ quindi utile utilizzare alcune forme di immaginazione condivisa che permettano di rendere più concreti e condivisibili gli scopi del trattamento.
Seguono alcuni esempi.
-Il bambino e il palloncino
Un bambino passeggia con in mano il suo palloncino, a un certo punto PUM! Il palloncino scoppia colpito da un sassolino. Come si sentirà il bambino? Triste.
Ora prova ad immaginare che il palloncino scoppia ed il bambino si sente felice, come mai?
In questa breve storia si cerca con il bambino di esplicitare il legame fra pensiero ed emozione, arrivando a costruire in maniera socratica, la consavpevolezza che ciò che “guida” le nostre emozioni non sono gli eventi in sé ma il modo in cui ce li rappresentiamo, ovvero il pensiero.
Acquisire questo tipo di consapevolezza, permette di creare i presupposti per discutere eventuali credenze disfunzionali.
-Il mantello del supereroe
Muniti di cartoncino, si costruiscono dei mantelli dotati di superpoteri che il bambino ed il terapeuta indossano. Obiettivo, permettere al bambino di sperimentare una rappresentazione di sé alternativa a quella disfunzionale ed oggetto del trattamento. Può essere infatti importante nel caso di bambini con una basso senso di autoefficacia, con difficoltà croniche, con ansie pervasive, ripensare a sé stessi come efficaci ed in grado di affrontare le proprie difficoltà.
Il terapeuta può “sfruttare” questo momento per trasformare il mantello in strategie utili e concrete per fronteggiare le difficoltà oggetto del trattamento.
-Un’ impronta sul cuore
Da realizzare con i genitori, utile nella gestione dei problemi di ansia da separazione.
Si disegna un cuore e si chiede ad uno dei genitori di lasciare l’impronta della propria mano al suo interno. Si aiuta poi a negoziare la separazione dal genitore, rassicurando il bambino che potrà portare con sé una rappresentazione univoca del genitore (descrivendo l’unicità dell’impronta di ciascuno di noi). Si cercherà di associare a questa rappresentazione del genitore il pensiero incoraggiante dello stesso verso il figlio “questa impronta ti ricorda quanto mamma è vicina e quanto tu possa essere coraggioso”.
Questa è una possibile strategia di coping utile dopo aver validato lo stato ansioso del bambino.
Friedberg R., McClure J. (2002), Clinical Practice of Cognitive Therapy with Children and Adolescents: The Nuts and Bolts, Guilford press, New York.
