Disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza
Disturbo oppositivo provocatorio
Il disturbo oppositivo provocatorio (DOP) descrive dei comportamenti dei bambini con frequenti agiti rabbiosi e conflitti verso le autorità. Generalmente i comportamenti sono rivolti verso genitori ed insegnanti ma possono coinvolgere anche i coetanei.
Generalmente diagnosticato in età prescolare e raramente oltre la prima adolescenza, precede lo sviluppo del disturbo della condotta (categoria diagnostica con cui condivide alcune similitudini ma caratterizzata da condotte socialmente percepite come più gravi).
Vi è una difficoltà nella regolazione delle emozioni in particolare della rabbia; questa è alimentata da una percezione di torto subito “ce l’hanno tutti con me!” che motiva gli agiti aggressivi divenendo quindi una profezia che si auto-avvera. Ai comportamenti aggressivi seguono spesso misure restrittive da parte del contesto che fanno inasprire la rabbia del bambino. Da un lato il bambino può avere una percezione del costo dei propri comportamenti, dall’altro ritiene di essere vittima di un mondo ingiusto. In questo circolo si percepisce inadeguato rispetto alle regole che gli viene rimandato di violare e ciò lo fa sentire meno efficace nel tentativo di rispettarle. Il bambino con DOP tiene molto di più alle regole di quanto non appaia all’esterno, non riuscendo ad adeguarsi alle regole richieste, ne costruisce delle proprie. Per questo potremo sentirgli spesso dire frasi come “qui comando io!”, è una frase che gli permette di affermarsi verso il mondo ingiusto e percepirsi adeguato verso un sistema di regole (il suo).
Sullo sviluppo del disturbo incidono fattori temperamentali, come ad esempio un’alta reattività emozionale e scarsa tolleranza alla frustrazione, e fattori ambientali spesso innescati anche dai comportamenti d’esordio su cui si strutturano modalità percepite dal bambino come autoritarie ed ingiuste. Modelli educativi rigidi, incoerenti o negligenti, rappresentano infatti uno dei fattori di maggior rilevanza e frequenza nello sviluppo e nel mantenimento di questo disturbo.
Alcune ricerche hanno inoltre evidenziato un certo numero di marker neurobiologici come la bassa frequenza cardiaca, ridotta reattività del cortisolo basale ed anomalie nella corteccia prefrontale e nell’amigdala. Tali marker si possono riscontrare anche nel disturbo della condotta.
Generalmente visibili fra i 6 e gli 8 anni, le manifestazioni di questa problematica possono durare fino alla fine dell’adolescenza. Tra i principali segnali si possono identificare: frequenti lamentele ovvero, modalità disfunzionali di richiesta all’adulto che a quest’ultimo possono apparire manipolative o eccessivamente enfatiche nell’espressione emotiva (esplosioni di rabbia, pianti inconsolabili, difficoltà nel ricevere e chiedere aiuto); continuo rifiuto delle regole e messa in discussione delle stesse, descritte come ingiuste nei suoi confronti; difficoltà ad adeguarsi alle richieste degli adulti; tendenza ad incolpare gli altri per sbagli od errori, a dimostrazione di una scarsa tolleranza alla frustrazione connessa; uso eccessivo nelle interazioni di modalità rabbiose sia verbali che non; scarsa tolleranza alla noia ed alla frustrazione.
I comportamenti qui descritti però, potrebbero riguardare molti bambini dopo una giornata stancante o in particolare condizioni di stress. Ciò che permette di distinguere tra un comportamento difficile da gestire ed un disturbo, è la frequenza e l’intensità con cui si manifestano. Inoltre in presenza di un disturbo è più probabile che vi siano conseguenze negative a scuola e/o nelle amicizie come diretta conseguenza dei suoi comportamenti. Sostanzialmente, il disturbo incide in maniera più pervasiva su vari contesti cui il bambino partecipa.
La terapia cognitiva risulta efficace; è importante che il bambino metta in discussione la percezione del mondo come ingiusto nei suoi confronti e che impari a percepirsi efficace nel riuscire a rispettare il sistema di regole che gli permettere di essere incluso e accolto da quel mondo “nemico”.
Bisogna quindi andare incontro alle sue esigenze e ritagliare su misura delle regole che possa rispettare e rinforzarlo per i comportamenti positivi. E’ dimostrato infatti che rinforzare ciò che di buono viene fatto funziona molto di più che punire ciò che si sbaglia. Sarà quindi importante che le figure educative riescano a guadagnarsi la sua fiducia iniziando ad esempio a fornire indicazioni in termini positivi e non punitivi (“parla a bassa voce” invece di “non urlare”). Dare un obiettivo da raggiungere e spiegare come si può fare per raggiungerlo, facilita enormemente il compito al bambino e gli permette di percepire l’adulto come un supporto più che come un giudice da temere.
Esistono programmi efficaci in tal senso come il Coping Power in cui si lavora con il bambino ed i contesti educativi allo scopo di attivare un circolo virtuoso simile prendendosi cura delle fragilità cognitive e nella regolazione emotiva con cui convive il bambino con DOP.
Importante la tempestività dell’intervento: intervenire precocemente significa ridurre i “danni” provocati dai comportamenti e quindi anche il numero delle conseguenze negative a questi associati. Inoltre si può riuscire a mettere in discussione la percezione di quella distanza fra sé e le regole più facilmente se si riesce ad intercettarla prima che il bambino percepisca una sua “irrecuperabilità” in tal senso.
Disturbo da tic
I tic sono anomali od indesiderati movimenti o vocalizzazioni che si distinguono da altri disturbi del movimento per alcune caratteristiche: sono ripetitivi, stereotipati, discreti e non ritmici. Solitamente coinvolgono la testa o la parte superiore del corpo e sono percepiti dalla persona come involontari o come un movimento che si sente il bisogno urgente di compiere ed a cui non si riesce proprio a resistere. Si manifestano generalmente tra i 3 e gli 11 anni ed è abbastanza frequente che appaia in, maniera transitoria, in età scolare con una prevalenza anche del 20%.
Solitamente non vi sono specifiche cause scatenanti anche se appaiono più frequentemente in situazioni di stress. Talvolta derivano da traumi cranici o infezioni.
La letteratura inoltre, descrive le manifestazioni da tic come moderatamente più frequenti in persone con familiarità per ADHD e disturbo ossessivo compulsivo.
Esempi tipici di tic sono: alzare le sopracciglia, scuotimenti della testa, tirare su col naso, o movimenti più complessi come toccarsi ripetutamente un punto del proprio corpo o ripetere una determinata parola o frase. Talvolta questi movimenti possono generare imbarazzo e contribuire quindi a strutturare difficoltà ansiose.
Spesso appaiono in maniera transitoria e si estinguono dopo qualche mese. E’ importante intervenire con un mirato intervento cognitivo, qualora si strutturassero problematiche ansiose sulla base di questi movimenti perché ciò potrebbe aumentarne frequenza e durata.
Se i sintomi sono particolarmente gravosi, la terapia farmacologica può essere d’aiuto.
Fobie
La fobia è una paura estremamente intensa verso stimoli specifici come: persone con determinate caratteristiche o travestimenti (ad es. i clown), specifiche tipologie di luogo (ad es. ospedali, cimiteri), oggetti (ad es. aghi, coltelli), attività (ad es. nuotare, salire in ascensore), situazioni (ad es. stare da soli al buio).
Ha le caratteristiche tipiche di un disturbo d’ansia ed innesca nel bambino lo schema di reazione attacco/fuga in risposta a ciò che viene percepito come un imminente e grave pericolo che non trova corrispondenza nella realtà dei fatti.
Può riguardare bambini di tutte le età (sebbene appaia con maggior frequenza intorno ai 10 anni d’età) e differisce dalle peculiari fasi di paure transitorie tipiche dello sviluppo per intensità e durata.
Una fobia produrrà un’intensa paura difficile da gestire per il bambino anche al solo pensare a quello stimolo. Il bambino potrebbe rendersi conto di quanto esagerata ed immotivata possa apparire la sua paura e giudicarsi (o venire giudicato) negativamente per questo; ciò può inasprire il timore connesso allo stimolo favorendo il senso d’inefficacia percepita nel fronteggiamento dello stesso.
La paura risulterà maggiore tanto più lo stimolo appare vicino ed imminente.
A livello fisiologico tale paura può produrre nausea, sudore, palpitazioni, difficoltà a respirare; anche questi sintomi possono contribuire ad aumentare il timore verso lo stimolo, avendo il bambino solitamente poca familiarità con essi.
Solitamente la risposta è la fuga, l’evitamento dello stimolo: il bambino farà di tutto per non trovarsi in questa situazione emotivamente soverchiante, potrà rifiutarsi di recarsi in un luogo dove pensa di poter incontrare ciò che teme o manifestare grandi difficoltà a lasciare il contatto fisico con una figura di accudimento per non perdere il suo supporto davanti all’imminente pericolo.
Le cause appaiono legate a personali esperienze negative relative allo specifico evento temuto oppure apprese dall’osservare o dall’essere venuti a conoscenza di reazioni negative di figure significative.
Il temperamento e la capacità di regolazione emotiva possono influire sull’esordio della fobia.
La terapia d’elezione per le fobie è l’esposizione. Assieme ad uno psicoterapeuta il bambino potrà gradualmente esporsi a quello stimolo e monitorare e gestire in tempo reale le sue emozioni, i suoi pensieri mettendo in discussione i più gravosi e studiando soluzioni utili ad affrontare l’evento temuto ed i suoi correlati.
L’esposizione avverrà in maniera molto graduale secondo le risorse ed i bisogni del bambino; ad esempio si potrà pensare inizialmente di leggere una parola che descrive lo stimolo spaventoso, poi di osservarne dei disegni buffi e via via sempre più corrispondenti alla rappresentazione temuta regolando grandezza, vicinanza e tempo d’esposizione. Poi si passerà a rappresentazioni sempre più aderenti allo stimolo temuto continuando a regolarne l’intensità insieme al bambino.
L’obiettivo è esplicitare pensieri, emozioni e sensazioni correlate allo stimolo, ridiscuterne la pericolosità ed aumentare il senso percepito d’efficacia rispetto al problema.
Questo approccio risulta molto efficace e permette l’estinzione o comunque una notevole riduzione dei sintomi nella maggior parte dei casi.
