Neurodiversità
Introduzione
La neurodiversità è una concettualizzazione che intende descrivere l’esistenza della diversità neuropsicologica che riguarda ciascun essere umano, e che è quindi parte integrante della vita sociale. Il termine fu usato per la prima volta da Judy Singer nel 1998 delineando così l’idea che ogni individuo ha diritto ad essere compreso nelle proprie specificità neuropsicologiche, poiché chiunque è diverso dall’altro anche in termini “software” e tale differenza risulta, banalmente, uno dei tanti elementi caratterizzanti la biodiversità.
Nel corso del tempo al termine “neurodiversità” si sono affiancati suoi derivati, come “neurodivergenza” e “neurotipico”; è importante sottolineare come questi (sebbene nell’uso comune presiedano a questo scopo talvolta) non possano rappresentare dei sostituti delle etichette diagnostiche in quanto hanno valore soltanto nel descrivere un fenomeno sociale. Portando avanti questo ragionamento, non esiste una persona neurodivergente in assoluto, ma esistono funzionamenti che sono meno frequenti all’interno di un contesto e per questo “divergono” relativamente ad una norma.
Il concetto di neurodiversità ha valenza in termini sociologici ed antropologici, non clinici; deriva infatti da un modello di stampo prettamente sociale. Perché allora parlarne all’interno di questo sito che cerca di raccontare la clinica? Perché è prioritario considerare il contesto in cui le diagnosi si inseriscono: “le precarie etichette delle potenti scienze sociali” (Ian Hawking, 1995, The Looping effect of human kinds) e l’interazione con la società in cui si esprimono.
Tale presa di coscienza è infatti particolarmente utile nella comprensione di condizioni neuropsicologiche finora lette in termini di deficit rispetto ad una norma statistica come l’ADHD, l’autismo ed i disturbi dell’ apprendimento. In quest’ottica tali diagnosi mediche appaiono come naturali variazioni della forma umana (Walker, 2012), legittimandone la diversa esperienza percettiva del mondo ed i relativi bisogni psicofisici che ne conseguono.
Ad esempio una persona autistica potrebbe essere particolarmente fotosensibile e potrebbe gestire il disagio arrecato da alcune luci, con delle stereotipie motorie non comprese dal contesto sociale; oppure una persona con ADHD potrebbe necessitare di muoversi più frequentemente di una neurotipica mentre ascolta una lezione ed essere per questo ritenuto poco attento; oppure ancora una persona con dislessia potrebbe percepire il testo scritto con questo carattere come se fosse scritto così: cnoe es fissoe strucca csò, e sentirsi incapace rispetto agli altri.
Concretamente tale cambio di prospettiva permette di pensare una società più accogliente ed equa rispetto ai bisogni di ciascuno, modificando gli ambienti e le pratiche sociali che le connotano.
Una percezione diversa causa quindi un’esperienza diversa del mondo che può esporre l’individuo a difficoltà di adattamento. Fornisce però anche una prospettiva unica, un punto di vista alternativo che è utile valorizzare sia per l’individuo stesso che per l’ambiente con cui la persona interagisce. La possibilità di valorizzare e riconoscere la legittimità di questo differente modo di “leggere” il mondo, è ciò che contraddistingue il concetto di neurodiversità: un approccio neutro verso ciò che per anni è stato ritenuto esclusivamente un deficit da “normalizzare”. Riconoscere infatti anche le risorse caratteristiche di tali condizioni è necessario per comprendere gli individui nella loro interezza e favorire il processo di accettazione di sé che inevitabilmente una persona con un cervello divergente dalla norma si troverà ad affrontare, vivendo in un mondo pensato per cervelli tipici.
E’ utile in questo senso definire la disabilità come il risultato di una scarsa integrazione fra le variabili individuali e le caratteristiche del contesto sociale in cui gli individui si trovano (Oliver, 1996).
Un esempio spesso efficace per descrivere queste condizioni ed il loro rapporto con la società è quello del mancinismo: fino a qualche decennio fa i mancini venivano corretti nei primi anni della scuola primaria, quando provavano a scrivere con la mano sinistra. Venivano sostanzialmente obbligati a scrivere con la mano destra anche se ciò comportava maggiori difficoltà e risultava spesso in una peggiore calligrafia. Ad un certo punto si è compreso che potevano benissimo scrivere con la mano sinistra, con grande soddisfazione e profitto per tutti. Tranne forse per i compagni di banco destri che scrivevano vicino a loro; questi infatti si sono trovati a ricevere inaspettate gomitate.
Il mondo è pensato per i destri, rappresentando questi circa il 90% della popolazione mondiale ed i mancini possono quindi incontrare saltuarie difficoltà di adattamento (per questo esistono ad esempio le forbici per i mancini). Il mancinismo è una condizione neuropsicologica, un “software” anche questo, che fa in modo che l’individuo risulti più abile nel compiere azioni con la mano e/o il piede sinistro del corpo. Non c’è nessuna differenza concreta visibile dall’esterno ma vi è una sostanziale differenza nella programmazione neurologica. E stiamo parlando solo del modo di muovere una mano e/o un piede.
Le condizioni che vogliamo descrivere comportano ben più atipie rispetto al mancinismo e quindi è molto più probabile che le persone con tali caratteristiche incontrino maggiori ostacoli nell’adattarsi ad una società neurotipica e viceversa. Chissà quante gomitate!
Nessuno penserebbe che essere mancini equivale ad essere malati; per alcune condizioni sembra invece ancora lecito pensarlo (anche se le cose stanno cambiando) e ciò rappresenta un importante ostacolo alla creazione di contesti equi ed alla possibilità delle persone di comprendere e valorizzare le proprie peculiarità.
Il concetto di neurodiversità necessita di essere banalizzato: come non ci si aspetta di incontrare qualcuno con un naso identico al nostro, così dobbiamo aspettarci che non incontreremo un cervello con un funzionamento identico al nostro.
Disturbi dello spettro autistico
L’autismo è una condizione neuropsicologica che si manifesta generalmente entro i primi 3 anni di vita.
La prevalenza dei disturbi dello spettro autistico (stando alle stime statunitensi del CDC) è di 1 a 59, con maggiore diffusione nei maschi (1 ogni 37 maschi e 1 ogni 151 femmine).
Le persone autistiche possono avere difficoltà a comunicare o ad interagire con gli altri; possono inoltre essere presenti pattern di comportamento bizzarri e ripetitivi, impaccio motorio e ritardi o atipie nell’acquisizione delle tappe di sviluppo, in particolare del linguaggio.
Nel DSM-5 l’autismo viene descritto utilizzando tre livelli, espressi numericamente, sulla base del supporto di cui necessitano.
La parola “autismo” deriva dal greco autòs che significa “sé stesso”. Il termine fu coniato dallo psichiatra svizzero Bleuler nel 1910 e successivamente (1916) venne utilizzato in quello che è uno dei più importanti testi di riferimento per la psichiatria dei primi del novecento, il suo Lehrbuch der Psychiatrie in cui con la parola autismo descriveva uno dei processi patologici fondamentali sottostanti la schizofrenia.
Lo psichiatra austriaco sosteneva che l’isolamento sociale fosse la caratteristica principale che accomunava i bambini da lui osservati, connotata particolarmente da difficoltà nel linguaggio e un incapacità a formare il consueto contatto affettivo con le persone.
L’anno dopo un altro psichiatra (nello stesso paese), Hans Asperger, ignaro dell’opera di Kanner, resocontava le sue osservazioni su un gruppo di ragazzi con marcati problemi sociali definendoli come affetti da una “psicopatia autistica”. Le descrizioni che fornì apparverò sorprendentemente simili a quelle fornite da Kanner: riscontrò isolamento sociale, stereotipie, ed eccellenti capacità cognitive in ambiti ristretti. I suoi soggetti si distinguevano per essere caratterizzati da una forma di pensiero concreto, ossessivo per alcuni argomenti e dotati di buone capacità linguistiche e modalità relazionali eccentriche. Inoltre, i soggetti osservati da Asperger non presentavano le difficoltà linguistiche descritte da Kanner, al contrario alcuni di loro avevano un eloquio eccellente, anche fin troppo forbito.
Mentre l’opera di Kanner ebbe una notevole risonanza nel mondo scientifico, quella di Asperger passò del tutto inosservata. Bisognerà attendere il 1980 per trovare una collocazione diagnostica ai sintomi descritti da Hans Asperger.
Nel 1955 Kanner pubblicò un secondo scritto in cui supponeva una maggiore incidenza del disturbo autistico nelle famiglie più agiate. Ipotizzò inoltre che l’eziogenesi dell’autismo fosse legata alle caratteristiche delle madri di questi bambini, troppo attente alla carriera e alla posizione sociale piuttosto che alla cura della famiglia, così da risultare eccessivamente fredde e distaccate affettivamente dai propri figli. Nel 1943, ad opera di Leo Kanner, psichiatra austriaco, appare la prima descrizione dell’autismo come disturbo specifico.
Nel 1978, Rutter riprese il lavoro di Kanner e comparando un gruppo di bambini autistici con bambini con altri disturbi, identificò tre criteri fondamentali per la diagnosi di autismo: età d’esordio inferiore ai 30 mesi, deficit nella competenza sociale e comunicativa non spiegabili sulla base del livello di sviluppo, comportamenti anomali come movimenti stereotipati e manierismi.
Sottolineò inoltre che, circa 3/4 dei bambini da lui osservati, mostravano anche un ritardo mentale di varia entità.
Il lavoro di Rutter permise di distinguere definitivamente l’autismo dai quadri psicotici.
Successivamente una ricerca condotta da Wing e Gould (1979) su 900 bambini provenienti da un distretto londinese, indagò quali sintomi fossero presenti contemporaneamente nel disturbo.
I risultati furono molto interessanti in quanto all’interno del campione la popolazione era molto varia e questo permise il confronto fra categorie diagnostiche differenti. Ne emerse che il 50% dei bambini affetti da disturbo dell’apprendimento mostrava deficit immaginativi e comunicativi. Di contro, deficit immaginativi e comunicativi si riscontravano in ben il 90% dei bambini con disturbo dell’interazione sociale, associati a comportamenti stereotipati ed assenza di gioco simbolico. Tale studio ha quindi potuto dimostrare che le caratteristiche peculiari dello spettro autistico sono fortemente associati ai disturbi dell’interazione sociale. Inoltre lo studio ha dimostrato che il quadro descrittivo della sindrome autistica è molto più variegato di quello immaginato da Kanner, riportando evidenti variabilità.
Wing e Gould hanno quindi suddiviso, attraverso l’osservazione, il disturbo sociale in tre tipologie: “i bambini riservati”, abbastanza simili ai pazienti descritti da Kanner, “i bambini passivi”, passivi soprattutto nei confronti dell’ambiente circostante, e “i bambini bizzarri”, socialmente attivi ma con comportamenti incongruenti e inconsueti.
Tali descrizioni sono attribuibili sia allo stesso bambino in momenti evolutivi differenti sia a bambini distinti. L’importanza di questo studio è soprattutto in quest’ultimo punto: il superamento di categorie diagnostiche rigide in favore di una prospettiva evolutiva basata sulla riscontrata modificabilità del disturbo nelle diverse fasi dello sviluppo. Si arriva quindi alla definizione di spettro autistico, per poter rendere meglio l’idea di un continuum entro cui si dipanano una serie di caratteristiche comuni.
Le teorie qui sopra descritte fanno parte della storia dell’evoluzione del concetto di autismo, molte risultano obsolete e per nulla aderenti alle attuali teorie. Rappresentano però un utile spunto di riflessione per capire il progresso scientifico svolto negli ultimi anni e da dove originino alcune miscredenze che purtroppo sono ancora largamente diffuse.
L’approccio scientifico moderno va infatti nella direzione della neurodiversità, costrutto che individua l’autismo come un tipo di funzionamento cognitivo che causa un’esperienza specifica del mondo. Un “software” di interpretazione diverso dei fatti e delle esperienze che come tale comporta delle conseguenze sul comportamento e sui pensieri dell’individuo. Validare e comprendere ciò è una responsabilità del nostro tempo, un obiettivo che può garantire sia la reale comprensione delle caratteristiche specifiche dell’autismo sia il benessere delle persone, autistiche e non.
L’eterogeneità dello spettro autistico (così come per il resto dell’umanità, nelle naturali differenze individuali all’interno di simili funzionamenti cognitivi), rende difficile riassumere i comportamenti che descrivono questa condizione. Ovvero, alcune caratteristiche di funzionamento sopra descritte si ritrovano frequentemente, il modo in cui si manifestano è molto vario.
L’aspetto più frequentemente osservabile è una certa atipia interattiva che può manifestarsi ad esempio nel non tenere conto del punto di vista altrui o nel contatto di sguardo anomalo (spesso le persone autistiche descrivono una difficoltà nel mantenere lo sguardo perché lo stimolo risulta soverchiante, eccessivamente forte) oppure ancora nel mancato utilizzo delle regole del contesto per regolare i propri comportamenti.
È tuttavia fondamentale sottolineare che l’atipia interattiva di cui sopra è legata alla lettura del comportamento autistico in termini neurotipici. Le difficoltà intereattive non sono cioè a carico di un unico gruppo sociale (gli autistici, come si è rappresentato per anni) ma è un doppio problema, come efficacemente descritto da Damian Milton nel 2012. Si è verificato infatti che le difficoltà interattive emergono quando gli autistici interagiscono con i neurotipici e non quando l’interazione avviene solo fra autistici. Questo lavoro, descritto più avanti, ha permesso di togliere una volta per tutte l’etichetta patogena ai comportamenti delle persone autistiche e porre l’accento sulla necessità di modificare il contesto in termini di reali inclusione rispettosi delle esigenze di ciascun funzionamento cognitivo; si è quindi riuscito ad iniziare a considerare le “cattive interazioni” come il risultato di una mancata reciprocità nell’incontro fra due gruppi sociali differenti parimenti responsabili dell’esito comunicativo.
Tenendo presente questo importante passaggio, proviamo a leggere le descrizioni che seguono da un punto di vista autistico, non relativizzando quindi ad una norma ma notando come anche ciò che può apparire bizzaro agli occhi di una società culturalmente orientata su una struttura neurotipica, risponda a bisogni assolutamente legittimi di una parte della sua popolazione.
Talvolta le persone autistiche possono mettere in atto delle stereotipie, ovvero comportamenti ripetitivi (come sfarfallare con le mani o dondolare la testa, ma anche saltellare sul posto o mordicchiare qualcosa). Tali comportamenti vengono spesso messi in atto come coping in risposta a stimoli emotigeni sia positvi che negativi. Hanno generalmente lo scopo di ricercare una sensazione piacevole e possono essere connessi alle alterazioni sensoriali di cui sopra. Ad esempio in presenza di una scarsa sensibilità propriocettiva un bambino potrà girare molto velocemente su sé stesso per “sentire” il proprio corpo. Possono risultare disfunzionali perché espongono al giudizio negativo dell’altro; non lo sono cioè a priori ma divengono disfunzionali per il feedback esterno.
Similmente si possono ricercare stimolazioni di tipo visivo (es. la lavatrice che gira), uditivo (es. il suono delle ambulanze), tattili (es toccare le increspature dei tessuti) o legate ad altre fonti di stimolazione.
Si notano a volte comportamenti autolesionistici più o meno gravi; questi rappresentano solitamente un coping disfunzionale verso un’emozione intollerabile. Possono risultare molto allarmanti per i familiari e dannosi per la persona. Tali soluzioni sono caratteristiche di momenti di disregolazione emotiva e si possono verificare in qualsiasi persona, autistica o neurotipica che sia. Come per qualsiasi individuo quindi, è importante comprenderne la funzione e costruire una soluzione alternativa al bisogno cui rispondono.
Altro comportamento comune è l’ecolalia, ovvero la ripetizione di frasi sentite dire da qualcun altro o da un qualsiasi media (film, cartone animato, video su internet, musica..). La funzione dell’ecolalia risiede nella comprensione e nella gestione di situazioni, sociali e non. Il cervello autistico infatti funziona molto più in maniera analogica di quanto non succeda alle persone neurotipiche. Le persone autistiche possono necessitare di protocolli di comportamento che spesso imparano attraverso l’osservazione di persone che si confrontano con quella situazione. Può allora capitare che messi di fronte ad un contesto che ne ricorda un altro, scatti “il protocollo” e si sperimenti l’adeguatezza di una determinata frase.
Non è però l’unica funzione, spesso infatti rappresenta una fonte di semplice piacere in risposta ad uno stimolo che evoca un contenuto noto. Ad esempio, entra una persona che conosco con cui mi sono divertito a giocare a 1,2,3 stella una settimana fa, urlo: “stella!”. In quel momento nella mia mente sta prendendo vita quella scena piacevole, in un modo molto concreto, mi si para davanti agli occhi ed io sento il bisogno di ripetere quella situazione piacevole. Ciò può venir fatto senza tenere conto del contesto in cui ci si trova e portare le persone nelle vicinanze e/o la persona stessa, a giudicarsi negativamente perché inadeguato rispetto alle regole sociali tipiche. In questo caso non si tratta di un vero discontrollo ma di una mancata considerazione ed integrazione delle regole sociali del contesto tipico vs il proprio bisogno e la propria modalità percettiva e mnemonica che viene così soddisfatta. E potrebbe assolutamente essere la scelta migliore dal punto di vista delle priorità di ciascuno di noi.
Un’ altra frequente manifestazione è rappresentata dalla rigidità di comportamento: spesso le persone autistiche interpretano il linguaggio in maniera letterale perché non tengono in considerazione i significati impliciti della società neurotipica in cui si trovano a vivere. I neurotipici danno per scontato che queste informazioni implicite arrivino nello stesso modo nella mente autistica ma non è così. Questo causa equivoci comunicativi che storicamente vengono delegati alla “disfunzionalità” autistica. In realtà si parla semplicemente un linguaggio diverso avendo una diversa esperienza del mondo.
Si riscontra inoltre la presenza di interessi molto intensi, ovvero l’attrazione per argomenti molto specifici che viene vissuta con estrema perseveranza ed attenzione tanto da risultare a volte completamente assorbente. I principali tratti della condizione associati agli interessi sono i seguenti: l’attenzione ai dettagli, la ripetizione di pattern comportamentali noti, la preferenza per gli oggetti piuttosto che per le persone, la rigidità di pensiero, la tendenza alla sistematizzazione e l’attenzione a questo tipo di informazioni.
Appaiono quindi molto in linea con il funzionamento autistico; ad esempio l’attenzione ai dettagli consente di arricchire costantemente l’argomento di nuovi elementi, mantenendo alta la motivazione ed aumentando la complessità e la competenza a riguardo, pezzo per pezzo, con sistematica perseveranza; la rigidità di pensiero può essere funzionale al mantenimento del focus sull’obiettivo. Comportamenti questi che ogni bravo studente dovrebbe seguire per prepararsi adeguatamente ad un esame.
L’interesse risponde spesso ad un piacere del tutto personale, talvolta anche sensoriale; generalmente caratterizzato da nozioni altamente specialistiche, può venire esplicitato anche sotto forma di ecolalia; ciò può far sì che l’interesse appaia bizzarro a chi lo osserva e ne rende difficile la condivisione. Può quindi risultare difficile pianificare un modello efficace e soddisfacente per coinvolgere l’altro nelle proprie passioni. Ciò non significa che tale desiderio non ci sia anzi; tutti noi nel momento in cui riusciamo ad attivare una modalità di condivisione funzionale possiamo sentirci accolti e provare un estremo piacere nel condividere ciò che ci appassiona. Questo è un altro esempio di un possibile equivoco relazionale fra contesto sociale tipico e funzionamento autistico in cui nuovamente viene delegata alla persona autistica la responsabilità di potenziali difficoltà comunicative.
Questo è particolarmente importante per i bambini (autistici o neurotipici), infatti è proprio attraverso la condivisione di argomenti a cui il bambino è interessato a permettere di iniziare una relazione con lui.
Le cause dell’autismo restano tuttora sconosciute sebbene appare evidente una forte componente ereditaria a carico di diversi gruppi di geni. Alcune delle ipotesi eziologiche suggeriscono possibili legami con infezioni o tossine nell’ambiente, traumi contusivi perinatali o nelle prime settimane di vita, anomali livelli di alcuni neurotrasmettitori.
Da un punto di vista più legato alle manifestazioni dell’autismo, ai suoi fenotipi, le ricerche forniscono molte ipotesi che permettono di spiegare e comprendere le caratteristiche ed il tipo di percezione che le persone in questa condizione esperiscono. Segue la descrizioni di alcuni studi che nel corso del tempo hanno permesso di riflettere sulla condizione autistica. Chiedo al lettore la cortesia di arrivare fino alla fine o procedere direttamente al paragrafo relativo alla teoria del Double Empathy Problem di Damian Milton, che come precedentemente accennato, ha rivoluzionato l’approccio alle teorie che nel tempo hanno cercato di spiegare il funzionamento autistico.
Alla fine degli anni ’80, la riflessione sullo sviluppo relazionale del bambino aprì la strada agli studi sulla “Teoria della mente” (Frith, 1989; Baron-Cohen, Tager-Flusberg & Cohen, 1993; Baron-Cohen, 2000). L’attenzione in questo filone di ricerca si rivolse ai processi di mentalizzazione ovvero la comprensione intuitiva degli stati mentali. Introdotto da Premack e Woodruff (1978), il termine “teoria della mente” (TOM) è stato utilizzato per descrivere la capacità di attribuire stati mentali a sé stessi e agli altri, e di prevederne quindi il comportamento facendo inferenze sugli stati mentali stessi. L’ipotesi alla base delle ricerche sull’autismo in questo ambito è che vi sia un deficit nel processo di mentalizzazione, una difficoltà di attribuire agli altri stati mentali come desideri e credenze. Nei bambini a sviluppo tipico questo processo matura a circa 4 anni di età. Nei primi anni di vita il bambino, utilizzando lo sguardo referenziale, l’attenzione condivisa e il gioco di finzione si appropria progressivamente della capacità di “leggere” le emozioni, i desideri, le credenze dell’ altro e di organizzarli in un sistema di conoscenze, fino ad essere in grado di effettuare rappresentazioni delle rappresentazioni mentali degli altri (metarappresentazioni).
E’ possibile suddividere la TOM in due ordini (Baron-Cohen, 2000): la teoria della mente di primo livello che indica la capacità di inferire stati mentali di una persona; quella di secondo livello che include la capacità di sviluppare propri stati mentali sulla base di stati mentali di altre persone. Secondo gli autori, nei soggetti autistici sarebbe presente una parziale compromissione di questo processo; il bambino autistico avrebbe serie difficoltà a comprendere e riflettere sugli stati mentali altrui, a fare inferenze su di essi e quindi impossibilitato a fare previsioni sul comportamento degli altri. Questa difficoltà si presenta in vari gradi ed è suscettibile di modifiche nel corso dello sviluppo.
La difficoltà nei compiti di teoria della mente sembrava spiegare molti degli aspetti peculiari, come i problemi nelle abilità pragmatiche sociali, la difficoltà a comprendere le emozioni a partire dalle espressione del volto, il tono di voce anomalo, la scarsa socializzazione, la mancanza dell’attenzione condivisa.
Un altro modello di riferimento teorico clinico importante venne rappresentato dalla teoria socio-affettiva.
Tale teoria presuppone che l’essere umano nasca con una predisposizione innata all’interazione con l’altro (Hobson, 1993). Un bisogno primario ereditato geneticamente come patrimonio della specie e definito da Trevarthen et al. (2001) come intersoggettività primaria. Molte ricerche hanno dimostrato ad esempio la predilizione del neonato per figure che ricordano il volto umano; questo bisogno di intersoggettività presente già dalla nascita permetterebbe all’individuo di apprendere a riconoscere gli stati mentali dell’altro.
Gli autori sotennero che nell’autismo sarebbe presente un’innata difficoltà ad interagire emozionalmente con l’altro, impedendo quindi l’aquisizione delle competenze di comprensione degli stati mentali, compromettendo il processo di simbolizzazione, lo sviluppo del linguaggio e quello della cognizione sociale.
La teoria della coerenza centrale debole invece, descrisse i soggetti autistici come aventi una predilizione per i dettagli nell’elaborazione dell’informazione (Frith e Happé, 2006).
Nei bambini a sviluppo tipico vi è la capacità innata di integrare le informazioni a disposizioni in un insieme globale coerente e quindi di attribuirne il significato utilizzando tutti gli elementi a disposizione, creando una rappresentazione complessa e significativa del contesto. L’operazione di coerenza centrale consente cioè agli esseri umani di dare priorità alla comprensione del significato; ad esempio è in questo modo che si comprendono le frasi.
Questa capacità appare ridotta nei soggetti autistici e quindi i loro sistemi di elaborazione sarebbero caratterizzati da un distacco, da un attribuzione di significato primitiva basata sui dettagli presenti nel contesto complessivo. Il risultato è un informazione frammentaria e separata dal contesto.
Altro nucleo di studio è quello relativo allo sviluppo delle funzioni esecutive.
Le funzioni esecutive sono una serie di abilità che regolano i processi di pianificazione, controllo e coordinamento del sistema cognitivo (Pennington et al., 1997). in particolare presiedono al controllo degli impulsi, all’inibizione cognitiva, alla pianificazione, alla ricerca sistematica e ai ragionamenti flessibili. Queste funzioni appaiono anomale nel funzionamento autistico (Cumine, Leach e Stevenson, 2005). Ne risulterebbe una difficoltà nel monitoraggio delle proprie azioni, nella memoria di lavoro, nella flessibilità, nella sequenzialità.
E’ inoltre fondamentale tenere conto delle differenze a livello sensoriale: spesso la condizione autistica è caratterizzata da iper o ipo sensibilità e quindi reattività a diversi tipi di stimoli sensoriali. Studi effettuati tramite neuroimmagine hanno dimostrato un funzionamento alterato nei processi di elaborazione sensoriale nel funzionamento autistico in particolare si riscontrano livelli di eccitabilità atipici rispetto a stimoli tattili, visivi, uditivi ed olfattivi ed una difficoltà ad integrare queste sensazioni all’interno della rappresentazione dell’esperienza. Sono frequentissime le sinestesie (la percezione di uno stimolo ad esempio olfattivo che da una sensazione tattile) così come è facile che le persone con autismo siano particolarmente turbate o interessate a stimoli uditivi (Robertson, Cohen, 2017). Le alterazioni a livello del circuito eccitatorio e questa difficoltà nell’integrazione multisensoriale permettono di ipotizzare che tutte le caratteristiche sopra descritte, le difficoltà sociali e legate alla metacognizione, siano secondarie alle atipie sensoriali. Spesso anche la gestione delle emozioni è influenzata da simili disregolazioni di eccitabilità che, se unite a difficoltà metacognitive di monitoraggio ed autoregolazione, può facilitare lo sviluppo di timori per specifici correlati cognitivi e fisici correlati agli stimoli emotigeni.
Il Double Empathy Problem: è ora importante capire come questa teoria recente abbia modificato l’approccio all’autismo o meglio, agli autistici. Sostanzialmente la visione dell’autismo è sempre stata dominata dalla convinzione che vi fosse una deficitaria capacità interattiva. Prendendo ad esempio l’importante lavoro di Baron Cohen sulla teoria della mente, gli autistici sono stati descritti come particolarmente compromessi nello svolgimento dei compiti di mentalizzazione. Se però si considera la possibilità che le difficoltà comunicative legate al fallimento in tali compiti sia forse “colpa” anche del partecipante neurotipico all’interazione, si apre una brance di studio poco esplorata in questi termini. Vari esperimenti (Compton, Fletcher-Watson, 2019; Sheppard, 2015; Heasman, 2017; Sasson, 2019) hanno descritto come le persone non autistiche trovino grosse difficoltà nel “leggere” la mente di un individuo autistico. Similmente, le persone autistiche capiscono più facilmente altri autistici. C’è quindi effettivamente un problema comunicativo e di mentalizazione e la colpa di ciò non è nell’autismo ma nella inevitabile e legittima differenziazione fra cervelli che comunicano con funzionamenti cognitivi diversi, e che a cascata, esponenzialmente, imparano nel loro sviluppo da esperienze vissute in maniera diversa. Nessuno dei due funzionamenti è più normale, giusto dell’altro. Semplicemente il funzionamento neurotipico è definito come tale perchè più frequentemente rilevabile.
La difficoltà nel trovare reciprocità comunicativa, risonanza empatica nell’interazione con le persone autistiche sta nel fatto che si è sempre ritenuto che la loro prospettiva fosse sbagliata e quindi da censurare, ignorare, non rinforzare. In che modo vi può essere reciprocità comunicativa se uno dei due comunicanti decide che il punto di vista dell’altro è sbagliato? Non esiste alcun modo. Inevitabilmente una comunicazione di questo tipo risulterà complessivamente carente di reciprocità.
Per questo i tentativi di ridurre la “sintomatologia” autistica non fanno altro che inasprire i tentativi comunicativi e mantengono il circolo vizioso dell’autistico deficitario, poco abile socialmente, non empatico. L’unico modo sensato per prendersi cura delle persone autistiche è ascoltarle, accoglierle nella loro specificità. Questo permette di pensare gli strumenti per creare “ponti” fra i vari funzionamenti cognitivi che caratterizzano l’esperienza umana.
La grande eterogeneità intergruppo all’interno dello spettro autistico, fa si che l’intervento sia molto individualizzato e che si debba basare su una valutazione funzionale oltre che diagnostica. Come d’altra parte avviene per qualsiasi tipo di funzionamento cognitivo umano; è importante però sottolinearlo in questa sede proprio per ribadire che essere autistici è una caratteristica del funzionamento cognitivo di un individuo cui la terapia deve adattarsi ma che non esiste una terapia per l’autismo, sia perchè ovviamente è impossibile guarire, sia perchè sarebbe come dire che i bisogni degli autistici sono tutti uguali. Procederemo quindi accennando alcune modalità utili ad accogliere il funzionamento autistico all’interno della terapia cognitiva, per i bisogni individuali la parola rimane al paziente.
Con i bambini, generalmente si procede utilizzando strumenti di valutazione del livello di sviluppo; le principali variabili da considerare per costruire un intervento sono, l’età, il livello cognitivo, il funzionamento nelle varie aree della vita quotidiana (autonomie, socialità, motricità…). Le teorie descritte precedentemente possono essere utili a definire il modello d’intervento.
Vi sono molte tecniche più o meno strutturate: da quelle di stampo più comportamentale (come l’ESDM) ad interventi di tipo psicoeducativo oppure training specifici (assertività, abilità sociali, metacognizione); si può inoltre ricorrere ai protocolli utili a trattare i disturbi più frequentemente associati (ansia generalizzata, ansia sociale, depressione, disturbi ossessivi, PTSD). È utile accennare il motivo per cui questi disturbi siano frequenti nelle persone autistiche: immaginiamo di vivere in un contesto che fin dalla nascita ci fa sentire sbagliati (dificoltà interattive con il contesto neurotipico), che invalida le nostre strategie di coping (pensiamo alle stereotipie o alle ecolalie nella realtà scolastica italiana), che sostiene che non siamo bravi a comunicare (focus sull’immagine di sè inadeguato), che ci dice che dovremmo smetterla con quei giochi infantili (invalidazione degli interessi come “ristretti”), che ci sottopone a rigide terapie correttive (la ricerca mostra una correlazione diretta con il disturbo da stress post traumatico). La diretta conseguenza di ciò è come minimo un pò d’ansia. E non è l’autismo a provocarla ma il modo in cui vengono trattate le persone autistiche.
Le moderne tecniche legate al costrutto della neurodiversità rilevano come fondamentale l’accettazione di sè con le proprie caratteristiche, risorse e difficoltà specifiche, lavorando quindi anche sui contesti cui le persone afferiscono per ottenere consapevolezza e reciproca comprensione.
Linea trasversale a qualsiasi tipo d’intervento sono appunto le variabili individuali nello specifico quelle legate alla metacognizione, imparare gestire i propri vissuti e pensieri, mettendoli in discussione qualora apparissero disfunzionali per il proprio benessere; tenendo conto delle peculiari caratteristiche di questa condizione si comprende l’importanza di un lavoro “d’interprete” verso il contesto esterno e verso i propri vissuti per evitare che si strutturino credenze disfunzionali verso sé o gli altri. Recicprocamente il lavoro “d’interprete” va fatto al contrario (ed è l’aspetto spesso più importante per i bambini) permettendo all’individuo di ottenere il riconoscimento dei propri bisogni nei contesti sociali in cui vive, cresce, interagisce. È necessario inoltre comprendere il ruolo delle varietà percettive nello strutturarsi dei comportamenti, e tenere conto del fatto che determinate condizioni (magari legate alle caratteristiche sensoriali dello stimolo o alla mancata comprensione di una situazione sociale) possono rappresentare attivanti dei pensieri e dei comportamenti disfunzionali.
L’alleanza terapeutica ha un ruolo importante e peculiare con i bambini (autistici e non): il gioco è lo strumento principale, assume ruolo di mediatore sociale e diviene uno spazio mentale condiviso dove sperimentare interazioni di successo ed apprendere dal feedback dell’altro. E’ importante tenere conto del fatto che solo grazie ad un reale divertimento condiviso si potrà pensare di “insegnare” qualcosa sulla reciprocità sociale in particolare in termini affettivi.
In questo senso, gli interessi delle persone autistiche (bambini e non) rappresentano una delle più grandi risorse a disposizione del terapeuta.
ADHD
Il disturbo da deficit dell’attenzione ed iperattività è una condizione neuropsicologica che solitamente si manifesta nel corso dell’infanzia. Ha radici genetiche ma le caratteristiche con cui si manifesta variano molto sulla base delle interazioni con l’ambiente.
Gli aspetti principali di questa condizione risiedono nella fatica a mantenere un’attenzione sostenuta, nella difficoltà a selezionare ed inibire gli stimoli, nell’impulsività, nella sensazione di eccessiva energia da scaricare, nella facile distraibilità. Sebbene queste caratteristiche siano comuni a molti individui, per la frequenza e l’intensità con cui si manifestano negli individui con ADHD assumono un ruolo rilevante nella loro vita e permettono di definire questa condizione come una variazione dalla norma di funzionamento. Un altro aspetto importante da tenere in considerazione per annotare il particolare funzionamento di questa condizione, è la trasversalità con cui si manifesta: ovvero, sebbene contesti stressanti possano influire negativamente sulle caratteristiche citate, manifestazioni della condizione si sperimentano anche in contesti che potrebbero non elicitarle. Ciò depone a favore di un peculiare funzionamento neuropsicologico ed è importante tenerne conto sia in fase diagnostica che di trattamento.
Possiamo suddividere i comportamenti caratteristici dell’ADHD in due macro classi: disattenzione ed iperattività.
Nella disattenzione si identificano comportamenti di scarsa attenzione a sé ed al contesto che si esprimono in vari modi. E’ frequente una scarsa consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni che favorisce comportamenti impulsivi ed è allo stesso tempo favorita dalle difficoltà inibitorie. Spesso gli individui con ADHD hanno difficoltà ad organizzare il proprio lavoro; ciò appare legato ad una “disattenzione” alle proprie variabili metacognitive come ad esempio la pianificazione del tempo da dedicare a ciascuna attività o la consapevolezza dei risultati raggiunti passo dopo passo. Appare faticoso pensare infatti di continuare un’attività dispendiosa senza la contezza di stare andando progressivamente nella direzione di un successo e della fine del dispendio energetico.
Altro comportamento frequente è appunto l’evitamento di compiti che richiedono attenzione sostenuta.
Molti individui con ADHD descrivono inoltre difficoltà mnemoniche; non è però riscontrato nella ricerca clinica tale aspetto, appare infatti rispondere maggiormente ad una percezione di sé negativa in questi termini legata alle difficoltà metacognitive ed al peso che queste assumono nella propria vita quotidiana. E’ infatti risultante anche in termini di evidenza scientifica una certa difficoltà nei compiti di memoria di lavoro. La memoria di lavoro è la caratteristica neuropsicologica che consente di manipolare i dati immagazzinati a breve termine; è una competenza metacognitiva che richiede non solo di tenere a mente delle informazioni ma anche di modificarle secondo le esigenze del compito. Gli adulti ed i bambini con ADHD ottengono spesso punteggi adeguati o superiori alla norma nelle richieste di memoria diretta mentre cadono nnei compiti di memoria di lavoro. Ovvero, non è che non si ricordano le cose, piuttosto possono avere difficoltà a modificarle mentre le tengono a mente.
Passando al macro gruppo dell’iperattività, possiamo descrivere altre caratteristiche prevalenti e pervasive della condizione. Spesso gli individui con ADHD hanno difficoltà legate al sonno (come nei disturbi dell’umore) sia in addormentamento che legate a frequenti risvegli notturni. Ciò appare conneso con gli aspetti di iperattività neuropsicologica e di movimento corporeo e si ripercuote a cascata sulle difficoltà comportamentali durante la veglia. Studi recenti dimostrano che ben il 50% dei bambini con ADHD ha problemi con il sonno (a fronte di un 22% nei bambini a sviluppo tipico) e quindi appare comprensibile l’altro dato che emerge dalle ricerche ovvero una più alta percentuale di bambini che si addormentano durante il giorno o che appaiono sonnolenti.
Possono inoltre sentire un bisogno costante di scaricare la propria energia in attività movimentate o parlando velocemente ed in maniera prolissa; ciò può consentire anche di portare avanti moltissime attività in un tempo ridotto e sia di essere che di percepirsi produttivi.
Possono inoltre manifestarsi difficoltà a gestire le attese ed a rispettare il proprio turno (a differenza dell’autismo, dove potrebbe rintracciarsi una difficoltà analoga, non vi è una mancata competenza sociale alla base di questa difficoltà, quanto piuttosto una necessità a mettersi in azione, a muoversi, a fare).
Possono verificarsi inoltre comportamenti intrusivi ed impulsivi come tic o movimenti sregolati.
Immaginando queste caratteristiche in interazione con un contesto didattico, che richiede attenzione sostenuta mente si rimane fermi sulla propria sedia, si riesce a comprendere facilmente quali difficoltà possano strutturarsi; possono infatti verificarsi richieste direttive o esperienze invalidanti nei confronti dell’individuo facendo sì che quest’ultimo inizi a credere di essere “sbagliato” o che il contesto, le insegnanti in particolare, lo siano. Ciò permette di dare una dimensione di quanto possa essere breve il passo verso difficoltà di apprendimento e comportamenti provocatori, nel momento in cui credi di non poter far altro per cambiare il contesto vissuto come persecutore.
E’ quindi importante accogliere i bisogni della persona con ADHD e strutturare i contesti, didattici in particolare, comprendendone le specificità; ciò permette infatti di aumentare l’efficacia percepita sia delle persone con questa neurodiversità sia per chi con essi interagisce, favorendo lo sviluppo reciproco.
Le cause dell’ADHD non sono pienamente comprese; diversi studi ipotizzano delle atipie a carico dei lobi frontali, vi è una certa concordanza sulla notevole familiarità della condizione e quindi si ipotizza una componente genetica la cui manifestazione si esprime nell’interazione con l’ambiente.
Alcuni studi si concentrano sulle possibili influenze ambientali durante la gravidanza e nel periodo perinatale mentre altri hanno evidenziato possibili correlazioni con i processi di trasmissione dopaminergica.
Vi sono inoltre alcuni aspetti temperamentali che si manifestano con maggiore frequenza nelle persone con ADHD; in particolare il novelty seeking, ovvero il bisogno di ricercare esperienze nuove e talvolta pericolose che suscitino “adrenalina”. Ciò correla positivamente con una certa intolleranza alla noia che nell’esperienza clinica appare essere un fattore di mantenimento e vulnerabilità per le persone con questa condizione. I trigger legati alla noia rappresentano uno dei legami che questa condizione ha con il disturbo bipolare: più frequente che rappresenti un’evoluzione in età adulta piuttosto che si manifesti nel corso dello sviluppo, la comorbidità della bipolarità con l’ADHD pone l’accento sugli aspetti legati alla gestione dell’umore che, in un quadro tale, appare in reciproca correlazione con le funzioni neuropsicologiche coinvolte come l’impulsività, le difficoltà inibitorie, la sensazione di “energia”.
Altre condizioni che si trovano spesso in comorbidità sono i disturbi dell’apprendimento, legati a “doppio filo” all’ADHD, la sindrome di Tourette ed alcuni tratti dello spettro autistico.
E’ inoltre più frequente rispetto alla norma, che i bambini con ADHD ricevano una diagnosi di disturbo oppositivo provocatorio (DOP); ciò è probabilmente collegato ai comportamenti cui tale condizione dispone e a come il contesto reagisce ad essi. Tale sinergia può favorire lo strutturarsi di credenze problematiche su di sé e sugli altri che innescano il DOP.
La terapia cognitiva appare il trattamento d’elezione talvolta coadiuvato da psicostimolanti. Tuttavia permangono numerosi dubbi relativi all’efficacia dei farmaci sui soggetti con difficoltà di attenzione ed iperattività che risultano infatti efficaci solo nel 30% dei casi e sono caratterizzati da diversi possibili effetti collaterali.
L’obiettivo della terapia sarà volto ad aumentare la consapevolezza delle proprie caratteristiche e migliorare le aree di vita coinvolte in particolare dalle comorbidità più che dalla condizione neuropsicologica in sé. Ovvero, bisognerà realizzare un programma individualizzato volto a permettere di insegnare alla persona a riconoscere i propri bisogni ed a richiederli in maniera opportuna permettendone la pianificazione all’interno dei contesti cui afferisce.
E’ spesso importante lo svolgimento di training legati al problem solving ed alla gestione delle emozioni; queste ultime infatti possono, dal punto di vista dell’individuo, rappresentare solo il trigger per i suoi comportamenti e divenire quindi connotate in maniera negativa alimentando l’autogiudizo negativo. E’ utile invece mostrarne la legittimità e la coerenza con il proprio funzionamento per permettere di alleggerire il carico di giudizio negativo e mettere in discussione gli eventuali stili di coping disfunzionali. Ad esempio, risulta spesso fondamentale imparare a gestire le attese e la noia ad essa connessa: in queste situazioni infatti potrebbero strutturarsi comportamenti disfunzionali gravosi per l’individuo ed il contesto che alimentano la percezione negativa della noia, fino a possibili crisi ansiose in risposta a tale trigger emotivo. Imparare ad accettare la noia, comprendendone il ruolo e la connessione con le proprie specificità neuropsicologiche e concordare uno stile di coping funzionale al contesto (pensiamo agli spinner o ad i fidget cube, nascono proprio per questo), permette di ridiscutere con l’individuo il ruolo delle emozioni nella propria esperienza ed affrontare in maniera pragmatica l’accettazione del proprio funzionamento neuropsicologico.
Disturbi dell’apprendimento
I disturbi specifici dell’apprendimento sono una condizione di origine neurologica che si evidenzia solitamente nel corso della scuola primaria e con cui si identificano alcune specifiche caratteristiche che espongono l’individuo a problemi nell’apprendimento scolastico che appaiono non correlati ad altri tipi di difficoltà cognitiva, emotiva o linguistica.
Si suddividono in quattro tipologie principali: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia.
Dislessia
E’ caratterizzata da difficoltà nell’accuratezza e/o nella velocità di riconoscimento delle parole e da problemi nella decodifica fonologica delle lettere. Questa difficoltà è tipicamente il risultato di un problema nella componente fonologica del linguaggio che non è relato ad altre abilità cognitive e che non è conseguenza del metodo d’insegnamento.
Le persone con dislessia hanno difficoltà ad automatizzare la corrispondenza fra segni e suoni. L’individuo dislessico si stanca più facilmente di altri nei compiti di letto/scrittura.
Disortografia
La persona disortografica ha difficoltà a tradurre in simboli grafici i suoni che compongono le parole. Si registrano errori con frequenza significativamente maggiore rispetto alla norma prevista in riferimento al grado d’istruzione.
Disgrafia
Si definisce disgrafia la difficoltà di natura motoria a scrivere in modo chiaro e comprensibile. E’ importante notare come l’errore risiede proprio nella realizzazione grafica piuttosto che nel rispetto delle regole ortografiche e sintattiche. Gli errori in questo secondo dominio potrebbero essere spiegati nella difficoltà nel ricontrollo del compito legata alla scarsa comprensione del testo da parte dello stesso scrivente.
Discalculia
La discalculia descrive un problema connesso alla padronanza delle capacità di calcolo di base. Le persone con discalculia hanno problemi con concetti quali la quantità, le grandezze e nei compiti di subitizing (dedurre una quantità a colpo d’occhio). Possono esservi problemi nel contare, nel ricordare i fatti numerici e nel distinguere la destra dalla sinistra.
E’ utile sottolineare che spesso i disturbi dell’apprendimento sono accompagnati da credenze disfunzionali rispetto all’immagine di sé talvolta rinforzati dai contesti in cui si trovano; è molto frequente infatti che le persone con DSA si sentano poco intelligenti e/ o che vengano giudicati come tali o come pigri e demotivati. Ciò causa un pervasivo senso d’inefficacia e possibili sintomi depressivi e di ansia da prestazione. E’ importante confutare queste credenze non solo in termini cognitivi ma anche nella pratica, nell’insegnamento. Ovvero, la scuola ed i contesti educativi devono, coerentemente con le leggi attuative a riguardo, predisporre gli strumenti adeguati per consentire all’individuo di apprendere le nozioni in maniera funzionale al suo stile di funzionamento. Potrà ad esempio essere utile utilizzare modalità più concrete (quali blocchi o altri oggetti) per insegnare le quantità ad un discalculico, oppure potrà essere necessario concedere maggior tempo nelle verifiche, oppure pensare ad utilizzare audiolibri per un dislessico, oppure ancora costruire mappe concettuali per studiare. Per dei cervelli diversi bisogna pensare soluzioni diverse, altrimenti si violano i diritti della persona che ha gli strumenti per imparare ma necessita di strade personalizzate per farlo. E’ importante inoltre che la persona con disturbo dell’apprendimento percepisca questi aiuti non come delle riduzioni di compito ma come delle strade alternative per raggiungere gli obiettivi importanti per lui, corroborando l’idea che le sue siano caratteristiche connotate da risorse e difficoltà. Ciò permette di attivare un circolo virtuoso di efficacia e si può così pensare di scardinare eventuali credenze disfunzionali.
Le cause sono tuttora poco chiare sebbene vi sia una comprovata familiarità. E’ dimostrato quindi un’importante ruolo della genetica ma studi longitudinali su coppie di gemelli (in particolare il cosidetto TEDS, Twins Early development Study, uno dei più grandi e duraturi studi sullo sviluppo psicologico in coppie di gemelli nel Regno Unito), hanno potuto evidenziare come l’influenza dell’ambiente giochi un ruolo fondamentale nella plasticità cerebrale e come quindi le funzioni cognitive legate ai disturbi specifici dell’apprendimento non siano esclusivamente determinate da gruppi di geni quanto piuttosto siano il complesso risultato dell’interazione fra geni ed ambiente nei primi anni dello sviluppo.
La terapia cognitiva permette di lavorare sulle credenze disfunzionali e di instaurare circoli virtuosi spogliando ad esempio, la prestazione dal ruolo di informatore sulla propria adeguatezza. Si possono mettere in discussione e pianificare stili di gestione emotiva che possono contribuire ad influenzare la prestazione così come ragionare su possibili evitamenti che si mettono in atto (ad es. procrastinazione dei compiti, rifiuto scolare).
Fondamentale risulta lavorare sugli aspetti strumentali legati allo svolgimento della didattica; spesso infatti i problemi principali risiedono nella scarsa organizzazione e pianificazione del proprio studio e del proprio modo d’intendere l’apprendimento. Ciò risponde a specificità legate alle funzioni esecutive (in particolare pianificazione e memoria di lavoro) che possono essere gestite tramite strategie ad hoc. Dalla preparazione dello zaino, al modo di selezionare le informazioni importanti mentre si prendono appunti oppure ancora all’organizzazione dei tempi dedicati ai compiti a casa. Tutto ciò associato agli strumenti integrati nella didattica (si definiscono BES, bisogni educativi speciali) citati precedentemente.
