Disturbo da accumulo

Il disturbo da accumulo si definisce come un comportamento clinicamente significativo di raccolta e conservazione di oggetti di vario tipo. Tale quantità assume appunto rilevanza clinica in quanto causa di compromissione nella salute, nell’igiene e nella vita sociale degli individui che ne soffrono.

Accomunato spesso ad una compulsione ossessiva, il disturbo da accumulo è stato solo di recente inserito nel manuale diagnostico dei disturbi mentali; compare infatti nell’ultima edizione, il DSM V, con una codifica autonoma. Tradizionalmente veniva, nei casi più lievi, definito come un DOC di personalità mentre in quelli più gravi ed invalidanti, come una compulsione all’interno di un DOC classico.

E’ un disturbo ancora poco studiato e non c’è ancora completo accordo fra i clinici sulle variabili e sulle meccaniche cognitive che vi sottostanno.

Le stime di prevalenza parlano di una diffusione compresa tra il 2-6% della popolazione, e si manifesta maggiormente negli uomini che nelle donne; la tipologia del disturbo, la vergogna che lo caratterizza, fanno però pensare che tale stima sia inferiore alla realtà. Chi soffre di questo disturbo infatti tende a non cercare aiuto e a non parlarne con familiari o amici.

Molte persone hanno l’abitudine di conservare oggetti cui sono, per ragioni diverse, affezionati e non riescono a buttarli neanche quando la loro quantità risulta eccessiva e compromette la propria salute. Altre volte invece l’accumulo è il frutto di acquisti eccessivi, ripetuti, talvolta dello stesso tipo di bene, di cui si sente il bisogno.

Gli oggetti di cui sopra possono essere anche privi di valore o inutilizzabili; la persona con DA non riesce a separarsene anche a causa del valore potenziale che questi assumono. Ad esempio dei vecchi giocattoli che potrebbero tornare utili per qualche bambino, oppure dei vecchi libri che si vuole leggere ma non si ha il tempo per farlo, oppure ancora dei vestiti che potrebbero un giorno andar bene per una determinata occasione.

Vi sono diverse ipotesi per spiegare il comportamento dell’accumulatore: alla base potrebbe esservi la difficoltà a rinunciare a ciò che quegli oggetti rappresentano per l’individuo ed al ruolo che assumono nella sua identità, nella sua storia relazionale e non, nei suoi piani futuri. L’oggetto viene considerato di grande valore emotivo.

Ad esempio, assumersi la responsabilità di scegliere cosa buttare diventa difficile quando credi di dover scegliere fra qualcosa che hai sempre desiderato e l’abbandono di tale desiderio. Frequente infatti è l’accumulo di giornali o libri su un determinato argomento che potrebbero rappresentare la potenziale acquisizione di una notevole competenza in un determinato ambito.

Oppure gli oggetti possono rappresentare delle opportunità future cui non si intende rinunciare e che è necessario conservare perché verrà il giorno in cui sarà utile. Gli accumulatori possono anche riferire cioè di non avere nessun legame particolare con quegli oggetti ma di sentire di non potervi rinunciare perché “non si sa mai”.

Oppure potrebbe essere difficile buttare qualcosa che ricorda una persona che non c’è più e cui si era molto legati; in questo senso l’oggetto diviene l’incarnazione di quella persona e l’unico modo per mantenervi il legame.

Il disturbo si presenta con diverse gravità: vi sono casi in cui non si riesce a camminare nella propria casa talmente è ingombra di oggetti ed altri invece in cui gli oggetti vengono conservati in garage o cantine oppure in cui l’accumulo riguarda specifici oggetti di piccole dimensioni.

Il tipo di oggetti accumulati può essere molto vario, si accumulano spazzatura, libri, vestiti, giocattoli, animali.

Nelle persone con disturbo di accumulo appare compromessa la capacità di valutare costi e benefici della conservazione degli oggetti in questione. Una capacità necessaria alla sopravvivenza quella della conservazione dei beni, che però in situazioni del genere travalica il limite della funzionalità.

Alcuni studi ipotizzano delle difficoltà nei processi neuropsicologici di pianificazione, memorizzazione ed attenzione necessari a selezionare ciò che è utile conservare.

Spesso in associazione ai comportamenti sopra descritti si possono evidenziare tendenze al perfezionismo ed alla procrastinazione, che rappresentano fattori di mantenimento del disturbo.

Si possono inoltre riscontrare significativi sintomi ansiosi e depressivi nelle persone con DA; questi sintomi sono spesso ciò che porta l’individuo a cercare assistenza psicoterapica.

Il trattamento del DA può essere difficoltoso a causa del fatto che l’individuo fatica a riconoscere la compromissione che il disturbo comporta. La psicoterapia cognitiva è la terapia più utilizzata per il DA; non esistono farmaci specifici sebbene possano esservi associati dei farmaci per ridurre i sintomi ansiosi e depressivi.

Fra gli scopi principali della psicoterapia del DA potremmo trovare i seguenti: imparare ad identificare e mettere in discussione i pensieri relativi all’acquisizione di nuovi oggetti; gestire il desiderio di acquisire nuovi oggetti; imparare a selezionare gli oggetti da conservare e quelli da buttare; migliorare le competenze di problem solving; ridurre l’eventuale isolamento sociale.

Spesso i familiari sono coinvolti nell’intervento: possono aumentarne l’efficacia per il paziente con DA e trarre personale beneficio dalla comprensione del familiare e della gestione della sua problematica.

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